No, non ci siamo sciolti all’apice del nostro successo come i Take That. Abbiamo solo fatto un po’ di meritate vacanze, neanche troppe, il giusto diciamo. E come i “migliori” programmi televisivi siamo tornati a settembre. La IED Brigade non poteva non infiltrarsi all’open day e lanciare anche in questa occasione il suo contest “2050 è troppo tardi” con un workshop alla Giovanni Muciaccia.
A nostra disposizione solamente 8 postazioni computer e una tavolata ricoperta di riviste, matite colorate, pennarelli, pastelli, forbici, taglierini e tanti altri articoli da cartoleria nuovi di pacca per i più “manuali”. Non c’è da stupirsi che a un certo punto fossimo seduti uno in braccio all’altro. Ma procediamo con ordine. Il tempo ci è stato decisamente favorevole: il muro di pioggia che è calato dopo la prima ondata di visitatori, bloccandoli così all’interno del teatro, ci ha permesso di circondarli e convincerli a partecipare, rompendo così il ghiaccio e riempiendo il tavolo. E si sa che non c’è niente di più efficace per attirare una folla di un’altra folla. È un circolo virtuoso.
All’inizio gli improvvisati designer di lattine hanno lavorato in religioso silenzio, chini sulle loro opere. Ma col passare delle ore si sono formati gruppi di lavoro impegnati in discussioni su quale ritaglio di giornale fosse più adatto a esprimere il concetto. I nostri occhi di supervisori hanno visto le tecniche più disparate e assurde: dal classico collage, al bricolage, al tono su tono, alla disgregazione, al pointillisme, alla somma di tutte le tecniche possibili immaginabili, fino alla totale assenza di esse. E ovviamente a un certo punto non abbiamo resistito e ci siamo messi anche noi a sforbiciare. Con nostra sorpresa, il workshop è stato preso con estrema serietà. O quasi. Si dice il peccato ma non il peccatore. Ma stavolta facciamo uno strappo alla regola. E sveliamo che il nostro “socio” Niccolò ha fatto una cosa come 15 collage anonimi. Lo dico solo perché sono invidiosa. Niccolò ha vinto l’ipod nano all’estrazione dell’open day e io no.
Ma parliamo delle lattine e del 2050. Al nostro tavolo si sono incontrati il pessimismo estremo, l’ingenuità più disarmante e tutte le sfumature che ci sono nel mezzo. Ognuno ha dato una sua particolare interpretazione (qualcuno è stato “aderente” al tema, altri l’hanno presa molto alla larga) e c’è chi ci ha descritto minuziosamente ogni simbolo adottato nella sua creazione.
Silvia si è inventata i “nose fighters”, combattenti del futuro che salveranno il mondo dall’assenza di aria, Mauro invece si è ispirato alla foto di La Chapelle “I’ll smell the end with you”, per citarne alcuni. C’è chi ha parlato di cambiamento, chi di tempo, chi di degenero mentale, solitudine, coscienza sporca. Chi per il 2050 si è assicurato un biglietto di sola andata per Marte. E c’è anche chi dice che non è troppo tardi. Comunque vada nel 2050, è stato un successo.
Fra una lattina e l’altra ci siamo concessi di partecipare anche agli altri workshop. Abbiamo ballato sul tappeto sonoro dei ragazzi di Sound Design e abbiamo assaporato l’arte nipponica dell’origami. A me è toccato di costruire il gufo (e forse è per questo che non ho vinto l’ipod), ma nonostante le istruzioni dettagliate, non ce l’ho fatta… A noi CI piace di più l’art attack!















